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  • Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose  (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità  (dal n. 669 L'Informatore del  Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)



SOMMARIO
BENI CULTURALI   | RUBRICHE Eventi culturali | Incontri | Fiere | In breve

 Articolo del mese 

Riviste specializzate o fiere di settore? di Benedetta Terenzi

In occasione della 47.ma edizione della fiera Marmomacc di Verona si è svolta una tavola rotonda concernente il ruolo delle riviste specializzate in relazione agli eventi espositivi. Dedicata agli addetti ai lavori, la tavola rotonda è stata organizzata da Giorgio Zusi Editore e, in particolare, da Carla Zusi che, come sappiamo, ne costituisce l’infaticabile animatrice. Ci vuole raccontare quali erano gli obiettivi del dibattito? Alessandro Ubertazzi: Credo che l’intenzione della realmente infaticabile Carla fosse proprio quella di comprendere lo stato attuale del ruolo dei due diversi media a disposizione degli addetti ai lavori praticamente di tutti i settori produttivi, quanto meno in Italia. Da un lato, infatti, si è riscontrata una progressiva riduzione dei partecipanti alle manifestazioni fieristiche più o meno internazionali e, dall’altro, si è notata una forte riduzione della presenza di pubblicità sulle riviste specializzate. Entrambe queste tendenze destano preoccupazione ed, effettivamente, molte testate oggi soccombono o confluiscono in raggruppamenti editoriali più vasti e articolati. Giustamente, Carla Zusi mi ha interrogato per capire se il fenomeno sia legato esclusivamente alla congiuntura economica (di cui tutti percepiamo le conseguenze perfino nella vita di tutti i giorni) ovvero se esistono delle motivazioni più articolate e profonde legate all’evoluzione del rapporto produttore-mercato. Personalmente, ritengo che le due circostanze sopracitate siano realmente in atto; tuttavia, mentre l’eventuale, auspicata ripresa economica dell’Occidente dovrà necessariamente rinvigorire le iniziative espositive e fieristiche, le riviste registrano e potranno ulteriormente registrare la disaffezione degli inserzionisti non solo per motivi economici ma sicuramente anche per il sopravvento di strumenti di comunicazione e di promozione legati all’avvento dell’informatica. In altri termini, se da un lato, concluso il periodo di instabilità economica, il rito sociale della “visita in fiera” riprenderà il suo tradizionale vigore, la divulgazione editoriale delle problematiche del settore (come ad esempio, quello marmifero) risentirà certamente della concorrenza informatica che ha tempi di attuazione infinitamente più veloci dell’editoria tradizionale. B.T.: Se ho capito bene, molti sono i temi ai quali Lei ha accennato e credo, pertanto, che sia necessaria qualche precisazione: ad esempio, cosa intende per rito sociale a proposito delle manifestazioni fieristiche? A.U.: È inutile nasconderci che gli attuali eventi fieristici risentono ancora oggi delle logiche ottocentesche che ne hanno favorito la nascita; penso all’Esposizione Universale di Parigi del 1870 ma penso anche alle esposizioni di inizio secolo scorso di Torino e soprattutto di Milano (nel 1906) che avevano un compito squisitamente “campionario”. Se pure è vero che, oggi, le fiere sembrano svolgere ancora quel ruolo, è altrettanto vero che esse si sono trasformate gradualmente in occasioni mirate principalmente agli specialisti lasciando lo spettacolo merceologico al grande pubblico che, soprattutto il sabato e la domenica, si sovrappone alla legione degli addetti al settore. Fino ad oggi, grazie alle riviste specializzate, gli stessi addetti a un settore, quale che esso sia, sono tempestivamente informati sulle novità, cioè sono puntualmente aggiornati senza che debbano attendere la specifica fiera: eppure, ancora oggi, quelle stesse fiere sono frequentate certamente più di quanto sarebbe necessario. Il motivo per cui le fiere resistono così tenacemente risiede appunto in quel fenomeno che ho definito “rito sociale” e che consiste nel periodo di “stacco” dal proprio lavoro dedicando il tempo alla visita dei colleghi e dei potenziali clienti, nella conclusione formale di affari magari coltivati durante l’anno lavorativo, nella breve vacanza… comunque per motivi di lavoro. Ecco perché, fra l’altro, la gran parte delle fiere che sopravvivono bene si trovano in città dotate di interesse anche turistico e, comunque, sono in prossimità del loro centro storico. B.T.: Se ho capito bene, Lei prevede un futuro diverso per i due fenomeni fiera e rivista di settore; ci può spiegare in che termini? A.U.: Nonostante i media e, soprattutto, internet ci forniscano i dati di cui abbiamo bisogno in tempi reali, il rito sociale dell’incontro non esclude e, anzi, si compiace dell’opportunità di “toccare con mano” certi irraggiungibili prodotti e, comunque, consente e, perfino, enfatizza, il compiacimento di essere in mezzo a tutti i protagonisti del settore, di partecipare a una festa godendo della presenza massiccia della merce (quella che, per quanto riguarda la Grande Distribuzione, io chiamo “inappagabile spettacolo della merce”). Per contro, le riviste di settore (e io ne so qualcosa essendo stato per molti anni direttore di diverse riviste di questo genere) sono, e soprattutto saranno, realmente insidiate dalla efficacia e della immediatezza della “rete”. B.T.: Dunque Lei, con queste riflessioni, non porta buone notizie sul futuro delle riviste specialistiche. Può precisare meglio perché? A.U.: In realtà, io non ho detto che il futuro riserverà cattive notizie per le riviste, tuttavia credo che esse dovranno, ciascuna per motivi diversi legati strettamente alle logiche del settore di provenienza, cogliere questa occasione congiunturale per calibrare meglio i loro obiettivi strategici. Ad esempio, esse dovranno talvolta essere ancora più efficaci nel fornire quel servizio puntuale sull’andamento del settore in anticipo sulle fiere; dovranno ridefinire la tipologia dei loro tradizionali interlocutori; parallelamente a un’azione on line (che è necessaria), dovranno fidarsi maggiormente della loro versione cartacea codificando in quel modo la parte più brillante e strutturata dei contenuti tecnici. Ricordo qui che, mentre sembrava che l’editoria elettronica avrebbe soppiantato quella tradizionale, nonostante tutto, il libro cartaceo resiste. Resiste soprattutto il libro tecnico di ampie prospettive mentre, semmai, tendono a sparire i testi di breve respiro e la stessa narrativa. La carta, infatti, continua ad essere quel supporto gradevole che contiene l’idea della persistenza del suo contenuto, a futura memoria… B.T.: Tempo fa, ho sentito che Lei accennava al ruolo che i produttori di marmo dovrebbero avere nei confronti della stampa specializzata. Quando accennava alla diversa calibratura del target delle riviste, si riferiva a questo problema? A.U.: Effettivamente, se oggi gli organi di informazione del settore marmifero non godono davvero di buona salute, ciò è in gran parte dovuto alla curiosa abdicazione dei cavatori al loro ruolo istituzionale. Mi spiego meglio: in tutti i settori merceologici che conosco, la promozione delle materie tradizionali e, soprattutto, nuove, è compito di chi le produce, non di chi le trasforma o le lavora. Questa è una verità fondamentale che sarebbe ingenuo sottovalutare o, peggio, fingere di ignorare. In altri termini devo sottolineare, come non ho mancato di fare in occasione della tavola rotonda di Verona, che l’onere dell’informazione tecnica e culturale delle diverse realtà marmifere tocca a coloro che le producono e che le mettono a disposizione del mercato; sarebbe infatti ridicolo che, alla luce dell’evidente sproporzione economica che sussiste fra produttore, cavatore e trasformatore finale (marmista), siano questi ultimi a dover caldeggiare (e, perciò, ovviamente anche raccontare) la qualità dei diversi e alternativi prodotti disponibili. B.T.: A questo punto, occorre qualche riflessione sul tipo di lettore che deve, di volta in volta, essere privilegiato dall’editore. Vogliamo parlare di grossisti, di trasformatori e, perché no? di consulenti progettisti e perfino del grande pubblico, destinatari finali del prodotto marmifero? A.U.: Effettivamente la sua domanda mi consente di ripetere ciò che ho detto anche in molte altre circostanze: le riviste di settore, comunque finanziate attraverso le varie formule del caso, dovrebbero stabilire a quale o a quali degli interlocutori rivolgersi fra quelli possibili citati. Personalmente ritengo che siano almeno due le categorie da alimentare di notizie tecniche e, ripeto, anche culturali. I primi sono i professionisti che devono progettare o impiegare i diversi marmi senza incorrere in gravi controindicazioni che riflettano la scarsa conoscenza delle proprietà prestazionali dei diversi prodotti nelle diverse condizioni d’uso (si veda, a titolo di esempio, la curiosa idea di avere rivestito la Grand Arche di Parigi con marmo di Carrara in un ambiente urbano caratterizzato da aggressivi chimici che lo stanno progressivamente sciogliendo); oggi, fra l’altro, le Università non prevedono un’adeguata formazione alle caratteristiche delle diverse, infinite materie disponibili e, pertanto, è particolarmente utile che le riviste tecniche forniscano loro appropriate e circostanziate informazioni. Oggettivamente i progettisti dovrebbero orientare i loro clienti su questo o quel materiale non solo per le sue qualità espressive e poetiche ma anche sulle sue caratteristiche prestazionali e perfino sulle tecniche per la loro manutenzione. Questa capacità di orientamento dovrebbe essere il più possibile imparziale e oggettiva senza particolare sudditanza a questo o quel rivenditore: è pertanto evidente che il rivenditore promuove questo o quel materiale a seconda di quella che potrebbe essere la sua convenienza. Quanto più il progettista (ma questo vale anche per gli uffici tecnici delle imprese di costruzione o per gli uffici tecnici delle amministrazioni) riceverà sul suo tavolo un’esauriente e ampia documentazione sui diversi marmi cavati, sulla loro storia e sulle loro caratteristiche, tanto più il beneficio dell’intero settore sarà evidente. In secondo luogo, vedo la necessità di informare adeguatamente il marmista anche perché, molto spesso, egli si trova a dover consigliare materiali esteticamente e tecnicamente adatti a soddisfare esigenze di progettualità intermedia (soprattutto a livello cimiteriale). Qualora una rivista intenda rivolgersi al marmista più che al progettista, un ruolo importante dovrà essere occupato anche, e perfino specialmente, dal settore macchine. Per rispondere in modo esauriente alla sua domanda non posso tralasciare la questione del grande pubblico, che è il destinatario finale dei materiali per l’arredamento. In realtà, nelle società relativamente evolute, la coppia di futuri sposi o la donna cui compete sempre più spesso di occuparsi dell’arredamento dell’abitazione attingono informazioni sui materiali disponibili sul mercato soprattutto attraverso gli organi di stampa (spesso destinati alla componente femminile), dotati di rubriche specifiche o, addirittura, interamente dedicati al problema ovvero ancora a periodici specializzati nella proposta di nuovi modi di abitare. In ogni caso, la gran parte dei desideri che si formano attraverso la consultazione di quella letteratura si canalizzano, poi, attraverso il professionista di fiducia che può, ovviamente, discuterne l’attuabilità con il suo cliente. E’ comunque evidente che, tecnicamente, si ricade nel caso precedente ma è comunque vero che, attraverso questi organi di stampa non specialistici, è il solito “cavatore” (di cui ho già detto) a dover “formare” nel grande pubblico il desiderio di usare il suo prodotto, rimandando ai tecnici il compito di esaudirlo nel modo corretto. B.T.: Desidera aggiungere qualcos’altro per completare le tematiche che sono state affrontate a Verona? A.U.: Desidero concludere queste mie riflessioni lanciando una sfida ai cavatori: sostenete intelligentemente le riviste del vostro settore, quelle più specifiche di volta in volta dedicate ai professionisti del progetto o ai tecnici marmisti e perfino quelle rivolte al grande pubblico! Solo così avrete una profonda speranza che il vostro prodotto sarà desiderato realmente là dove occorre!

 

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