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  • Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità  (dal n. 669 L'Informatore del  Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose  (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)



SOMMARIO
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Articolo del mese

A Trento il dio dei mari è sovrano anche dei monti di Lorenzo Iseppi

Lo scenario d’intorno è solenne. Da un parte si eleva il duomo di San Vigilio, il martire lapidato nel 405 in val Rendena. La costruzione inizia nel 1212 per impulso del vescovo Federico de Vanga e su progetto romanico del maestro comacino Adamo d’Arogno. Il cantiere, cominciato con l’abside, prosegue fino al 1305 ad opera dei figli e dei nipoti, che arrivano ad ornare con un rosone il transetto nord. Ad essi subentrano i campionesi Egidio e Bonino, che provvedono al completamento delle strutture meridionali aggiungendo tratti e motivi ormai gotici. Il campanile con la cupola a cipolla compare invece ai primi del Cinquecento. Sull’altro fianco si erge il coevo quanto austero Palazzo Pretorio. Realizzato da esponenti di scuola lombarda, ha pianta quadrangolare, merlatura ghibellina e decorazioni a bifore e trifore. Accanto si staglia il suo antico mastio, oggi conosciuto come la Torre Civica. Iniziata già prima dell’XI secolo, cresce in più riprese e ricopre ruoli diversi, compreso quello di prigione cittadina. Oggi, con il maestoso orologio, continua a scandire il trascorrere del tempo e conserva la campana che una volta chiamava alle pubbliche assemblee ma anche ad assistere alle condanne capitali eseguite all’aperto, davanti agli occhi della popolazione. Seguono altri edifici carichi di storia, come ad esempio le case Cazuffi-Rella, ubicate all’angolo di via Belenzani. Risalgono al XV secolo e mostrano le linee caratteristiche delle abitazioni locali, che puntano su assetti semplificati, superfici pulite e gronde vistose. In compenso esibiscono una rara quanto fantasmagorica cromia della facciata. Qui infatti, come in un museo open air, si possono ammirare pregevoli affreschi che, fra tarsìe simulate e cornici illusorie, riproducono personaggi della mitologia ellenica e latina, nonché scene che simboleggiano i vizi e le virtù della natura umana. Si tratta di lavori eseguiti nel tardo rinascimento dal pittore Marcello Fogolino, nato a Vicenza da una famiglia d’origini friulane ed inizialmente attivo a Pordenone. Nel 1526 è accusato con il fratello Matteo dell’assassinio d’un barbiere, per cui viene bandito da tutti i territori della repubblica veneta e dopo una serie di traversie trova rifugio presso il cardinale Bernardo Cles. Il quale diviene un po’ il mecenate del fuggiasco e gli commissiona numerosi incarichi negli ambienti sia ecclesiastici che civili. E’ al centro d’una scenografia così speciale che nel secondo Settecento le autorità cittadine decidono di collocare una maestosa fontana in linguaggio barocco. Il manufatto è un castello di vasche a conchiglia raccordate da un pilastro a pianta ottagonale e da quattro modiglioni a volute che reggono putti con delfini e tritoni con buccine. Circa la paternità dell’opera, il discorso è abbastanza problematico. Tanto più che nel secolo successivo vengono eseguiti dei radicali restauri, per cui cade la possibilità d’individuare gli autori delle varie membrature attraverso le più moderne analisi stilistiche. Si è soliti attribuire l’impianto architettonico a Francesco Antonio Giongo di Lavarone, cui quasi certamente si devono anche il fusto ed i cartigli che ricordano la committenza e la data del 1768, anno d’inaugurazione del complesso. L’apparato scultoreo dovrebbe invece uscire dallo scalpello del comasco Stefano Salterio, che le cronache del passato citano come figura subordinata ma ultimamente viene ritenuta l’artefice principale dell’intera struttura. Di certo sua è la statua del Nettuno che poggia sulla cima. Anzi, quella che svetta oggi è soltanto una copia in bronzo eseguita da Andrea Malfatti per sostituire l’originale in marmo, particolarmente deteriorata a causa della lunga esposizione alle intemperie. Nell’ottobre del 1939 si procede finalmente all’imbracatura del colosso, che viene calato a terra e, dopo un meticoloso maquillage, posto nel cortile all’interno di palazzo Thun, sede del municipio. Per garantirgli adeguata protezione si decide di porlo entro una nicchia ricoperta di rocce porose. Quanto al sosia metallico, ricavato attraverso calco, copre il vuoto lasciato dal predecessore soltanto dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, e precisamente nel Natale del 1945. La spiacevole necessità consente perlomeno di contemplare da vicino le fattezze del nume. Anzi, scrutando il volto autoritario e la posa risoluta, sale spontanea nel visitatore la domanda: “Ma che ci fa l’epico dio dei mari qui in mezzo i monti?”. C’è chi ritiene plausibile la spiegazione secondo cui soltanto pochi secoli prima di Cristo assume le mansioni che i greci assegnano a Poseidone. Ma nella tradizione religiosa più antica è venerato come sovrano delle acque in genere e sembra assai più vicino al “Nethuns” etrusco, il cui dominio abbraccia anche fiumi, ruscelli, stagni e pozzi. Si giustifica così la presenza di effigi con le sembianze di Nettuno in città dell’entroterra come Bologna e Firenze, ma addirittura in numerose zone dell’arco alpino. Nel caso specifico, però, la faccenda assume un rilievo speciale, che chiama in causa l’etimo stesso di Trento. Tra le possibili derivazioni del nome nel 1673 l’erudito Michelangelo Mariani ipotizza il riferimento ai tre torrenti Saluga, Fersina e Salè, oppure ai tre dossi che attorniano il centro urbano. Ma privilegia la teoria secondo cui la genesi è connessa con la latina Tridentum, così chiamata perché anticamente adorava il celebre dominatore dei flutti e porgeva sacrifici al suo inconfondibile scettro appuntito. Del resto la stessa tesi si trova già in alcuni versi stesi nella prima metà del XVI secolo da Andrea Mattioli e viene ribadita da Pietro Alberti. Per avvalorare la loro convinzione entrambi citano alcuni rilievi d’età romana murati orizzontalmente sul fianco nord della dugentesca cattedrale. Si tratta di cinque pilastrini ornati con figure arboree ed animali. Ma su due di essi, all’inizio o alla fine del motivo ornamentale, tra foglie d’acanto e ramoscelli a ghirlanda, si scorgono delle creature marine munite di tridente. E questi lacerti alimenterebbero un’antica leggenda sulla presenza d’uno scomparso tempio pagano consacrato all’immortale padrone delle onde. Se la ricostruzione è fondata, per cause oscure l’ancestrale legame resta sotto traccia fino al XV secolo, quando si registra un vero e proprio revival di questo culto, al punto che Nettuno assurge ad emblema della città e delle sue origini. La conferma più sicura che si tratta d’una voga non episodica si ha quando, pochi anni or sono, riemerge a Zurigo un disegno sigliato A.V.T. e si appura come sia sicuramente di Alessandro Vittoria, ossia uno dei massimi scultori atesini. Ebbene, lo schizzo costituisce senza dubbio il progetto d’un gruppo monumentale con base ottagona. Da questa spunta un perno a festoni su cui poggiano delle sfingi alate che reggono un ripiano. Sopra si notano dei putti che, alla maniera dei telamoni, reggono una vasca decorata con mascheroni e delfini. E sulla sommità svetta un Poseidone nostrano, la cui silhouette richiama il Laooconte rinvenuto in una vigna romana agli inizi del XVI secolo. Le biografie dicono che nel 1550 il celebre allievo del Sansovino lascia Venezia e torna nella terra natale su invito del cardinale Cristoforo Madruzzo e la cosa induce uno studioso come Birgit Laschke a ritenere che il motivo sia quello di realizzare una fontana. Quella che poi viene affidata agli autori settecenteschi non sembrerebbe pertanto un’opera decisa per un improvviso colpo di sole, ma la conclusione di un processo sotterraneo che affonda le radici in epoche molto più remote. Il Nettuno torna d’un tratto a riempire l’immaginario collettivo. Né basta a scalzare la sua nomea la fontana dell’aquila realizzata nel 1850 da Stefano Varner. Eppure non riesce ad avere la meglio su un idolo che, sia pur giunto da lontano, è sentito un po’ come un padre fondatore. 

 

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