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  • Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose  (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità  (dal n. 669 L'Informatore del  Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)



SOMMARIO
MATERIALI Rocce e minerali tra tradizione ed innovazione | Il marmo iberico Blanco Macael AZIENDE L'esperienza italiana entra anche nei musei  ARCHITETTURA L'invenzione del futuro tecnologia dell'architettura MANIFESTAZIONI  Venticinque anni per Vitoria Stone Fair BENI CULTURALI  Le chiesette sarde uscite dalle fiabe RUBRICHE Eventi culturali | Fiere | Annunci economici | Il colore della pietra | Scheda tecnica materiali | In breve

Articolo del mese
Le chiesette sarde uscite dalle fiabe di Lorenzo Iseppi

Nessuno è ancora in grado di fornire una cifra ufficiale. Tuttavia, stando a stime approssimate per difetto, le chiesette romaniche disseminate negli angoli più disparati della Sardegna sono almeno una settantina. Si tratta di un patrimonio d’eccezionale valore, per buona parte sopravvissuto alle vicissitudini storiche. Gli esemplari risultano eseguiti con i materiali più vari: dal granito alla pietra lavica, dal calcare alla trachite. Di quest’ultima vengono sfruttate un po’ tutte le tonalità cromatiche: il bianco, il rosa, l’ocra, il rosso vivo, il grigio, il bruno, il nero. Si tratta d’una incredibile gamma di colori, che tra l’altro mutano d’intensità anche sulla superficie della stessa lastra e che comunque si accendono e spengono progressivamente con il variare della luce solare. Un discorso analogo riguarda la resa stilistica, che rivela l’originale elaborazione di motivi altrove consolidati, la freschezza di accostamenti eterodossi, i timidi accenni alle nuove idee approdate nell’isola, il persistere di soluzioni altrove già superate, l’affiorare di moduli arabi, bizantini, catalani, provenzali, lombardi e toscani.
Se le maestose cattedrali gotiche sono quanto di più maestoso e solenne la religione cattolica abbia concepito, qui si è di fronte a vere e proprie miniature. Gli edifici, semplici e scheletriti, spesso sono privi anche di membrature che altrove vengono ritenute essenziali. La cupola e il battistero sono considerati ornamenti troppo sfarzosi, oltre che di complicatissima esecuzione. Anzi, quasi tutti gli elementi circolari o sferici risultano letteralmente depennati dai progettisti, che devono fare i conti con l’estrema povertà di mezzi disponibili. Molti non hanno neppure il campanile e in alcuni casi i bronzi con il battaglio sono appesi sopra il tetto, in bella vista o celati dietro il timpano. Persino le finestre, a volte, rappresentano un problema non da poco. Per cui, in luogo delle sontuose vetrate basilicali, si incontrano pertugi più o meno squadrati o oculi d’emergenza per garantire almeno l’ingresso di qualche raggio obliquo. Le principali note espressive si concentrano quindi nell’impaginazione parietale.
L’unica eccezione, almeno per quanto concerne la monumentalità, è costituita dal duomo di Cagliari. La facciata odierna si ispira alla cattedrale di Piazza dei Miracoli ed è opera novecentesca dell’arch. Francesco Giarrizzo realizzata con pietra calcarea del colle di Bonaria. La lunetta del portale di mezzo è anche impreziosita da un mosaico che raffigura la Theotokos, ossia la Madre di Dio. Un discorso almeno in parte analogo vale per la Santissima Trinità di Saccargia, che si trova a 16 chilometri da Sassari, sulla strada per Olbia. Isolata nella brulla campagna, è a bande bianche e nere di calcare e basalto. Richiama anch’essa i modelli toscani e risale al 1112-1116, almeno per quanto concerne il transetto. La facciata e il campanile, alto quaranta metri e adorno di bifore e trifore, risultano invece posteriori.
Tra le creazioni minuscole, invece, una delle più suggestive è San Platano a Villaspeciosa, ubicato presso i resti delle antiche terme di San Cromazio. Viene eretto nel 1144 dai monaci Vittorini di Marsiglia spogliando l’anteriore struttura. La facciata, d’una semplicità esclusiva, è mossa dai manufatti di recupero, che sembrano innestati in maniera del tutto casuale e danno come l'impressione di un'opera prodotta scordando le più elementari regole della razionalità e della simmetria. Squisitamente romaniche sono le due ruote a tarsie geometriche in bianco e nero. Nello specchio centrale, invece, un pannello decorato ad intreccio rivela senz’ombra di dubbio l’ascendenza bizantina. Ancora diversa, se non altro per la sobrietà, si presenta la tribuna, con la superficie scompartita da esili colonnine sormontate da piccoli capitelli scolpiti e da una sequela d’archetti pensili...
L’elenco comprende poi San Nicola di Ottana. Innalzata all’inizio del XII secolo su una fabbrica precedente, subisce un primo crollo intorno al 1160. La riedificazione viene condotta a termine alla fine del Duecento. Del complesso originario rimangono la facciata e la fascia del lato sud. L’insieme è interamente realizzato con blocchi di trachite nera e violacea. La pianta contempla una sola navata. Il primo ordine risulta scandito da tre archi, chiusi da pilastrini ed ornati con motivi a rombi. Anche nella seconda fascia compaiono gli stessi fregi, con l’aggiunta d’una bifora. Il frontone è invece diviso in cinque archi, abbelliti con ciotole in maiolica. Il muro laterale sinistro, bicolore, è diviso da sei strette lesene, mentre quello destro appare monocromo. Per non parlare di Santa Maria di Sibiola, a Serdiana, voluta tra gli olivi dai frati benedettini verso la fine dell’XI secolo. Qualcuno lega lo strano nome a quello della Sibilla, ipotizzando la sacralità del luogo attraverso il culto della celebre profetessa. Il minuscolo stabile presenta una pianta a due navate diseguali. ...Come una specie di trattato di storia locale è San Pietro delle Immagini, a Bulzi. Il nome deriva dal fatto che un ignoto scalpellino ha inciso sull’architrave bizzarre icone dall’aspetto indecifrabile. All’estremità orientale di Sinis spicca un’antica costruzione in blocchi di arenaria. È la cattedrale di San Giovanni Battista, così intitolata dall’arcivescovo di Arborea ed eretta nel VI sec. d.C., proprio ai primordi dell’impero bizantino. A croce greca, ha la calotta impostata su archivolti che collegano quattro piloni. L’edificio dura nella versione originale circa tre secoli e si propone come modello di riferimento per l’architettura sacra successiva. L’elenco potrebbe proseguire a lungo ricordando almeno Santa Mariedda Senorbi, il santuario di Nostra Signora Bonacattu, lo snello San Nicola di Villaputzu, lo scabro oratorio del Rosario a Tempio Pausania, l’esotico San Saturno, il fulvo San Pietro di Bosa, l’azzurrognolo San Lorenzo di Silanus, la tenebrosa Santa Maria di Bonarcado, il disadorno San Leonardo di Masullas e lo screziato San Lussorio di Fordongianus. 

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