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  • Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose  (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità  (dal n. 669 L'Informatore del  Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)



SOMMARIO
ARCHITETTURA  Il Rinascimento del marmo italiano MATERIALI  Un nuovo marmo dalla Tanzania | Utilizzati 300mila pezzi di biocalcarenite locale RESTAURO La cattedrale di Noto sul filo della memoria RICERCA Il derugginamento dei graniti SCULTURA Il mondo degli animali raccontato nel granito RUBRICHE Eventi culturali | Fiere | Annunci economici | Il colore della pietra | In breve | Scheda tecnica macchine | Scheda tecnica materiali

Articolo del mese
La Cattedrale di Noto sul filo della memoria  di Armando Ragonese
Sul monumento in stile barocco crollato il 13 marzo 1996 per “incuria degli uomini” molto si è scritto in quest’ultimo periodo, tanto da suscitare interesse e curiosità fra la gente. Nell’imminenza della riapertura della ricostruita cattedrale di Noto è stato consentito all’amico Biagio Iacono, direttore de “La Gazzetta di Noto”, di fotografare a cantiere ancora aperto l’interno del monumento. Quelle immagini non appartengono certamente alla mia memoria. La cattedrale che io ricordo era adorna di decori e ora la sua “nudità” interna mi rattrista. Eppure esiste. È quasi un miracolo poterla rivedere ricostruita nel rispetto delle sue originarie forme architettoniche.  I lavori sono quasi finiti e l’inaugurazione è prossima: intanto la chiesa è stata liberata dai ponteggi e la lanterna è già tornata a illuminarsi la notte. I restauratori stanno ultimando il recupero di alcuni spazi interni, delle cupolette, e stanno effettuando gli ultimi ritocchi alla scalinata monumentale. I titolari del progetto di ricostruzione, l’arch. Salvatore Tringali e l’ing. Roberto de Benedictis, spiegano che per recuperare questo prezioso edificio hanno scelto di adoperare materiali antichi ma con le tecniche di oggi, per un recupero contemporaneo nel segno della tradizione. La pietra è la stessa di centinaia di anni fa. La calcarenite bianca proviene dalle stesse cave che hanno fornito il materiale nel Settecento. Anche i pilastri rimasti in piedi sono stati oggetto di recupero per evitare che possa ripetersi l’accaduto: un intervento per migliorarne l’efficacia strutturale e antisismica. Le parti crollate della cupola sono state interamente ricostruite, mentre nel punto esatto dove avvenne la frattura un capitello appena scolpito affianca un capitello originale non restaurato per evidenziare la differenza tra il vecchio e il nuovo. Lo stato di collasso strutturale e la mancanza di documenti certi hanno indotto i progettisti ad escludere un restauro filologico per attuare un progetto di ricostruzione nel segno della tradizione, ma con tecniche innovative come l’uso dei FRP (Fiber Reinforced Polymers), tiranti in fibra di carbonio polimeriche a base di resine termoindurenti epossidiche, applicati con l’ausilio di matrice cementizia nell’intradosso ed estradosso degli archi della navata centrale e fra i pilastri. Le fibre svolgono il ruolo di elementi portanti sia in termini di resistenza che di rigidezza. La matrice cementizia, oltre a proteggere le fibre, funge da elemento di trasferimento degli sforzi tra le fibre ed, eventualmente, tra queste ultime e l’elemento strutturale su cui il composito è applicato.  Sulla ricostruzione della cupola, che nuovamente svetta nel cielo azzurro di Noto, non si hanno al momento notizie  tecniche certe, a parte qualche foto significativa come quella della posa dell’ultima pietra. Non si sa ad esempio, ma si intuisce, se il tipo di materiale adoperato per alleggerire la struttura è lo stesso della precedente ricostruzione della cupola i cui lavori furono appaltati nel 1860 e conclusi nel 1862. Si tratta di  conci di arenaria, una pietra porosa e più leggera estratta da cave della zona, conosciuta come “tabbia” o “pietra giuggiolena”, per le affinità cromatiche ai semi di sesamo tostati, che affiancano i blocchi di “pietra da taglio”, presenti sul lato esterno del tamburo, per poi finire in elevazione il profilo della cupola rifatta e ispirata al progetto dell’architetto Luigi Cassone. A conclusione di questo viaggio nella memoria come non citare il volume di Roberto De Benedictis e Salvatore Tringali,  progettisti e autori de “La ricostruzione della Cattedrale di Noto”, L.C.T. Edizioni, Noto 2000, senza la cui traccia fotografica non sarebbe stato possibile per me risvegliare i ricordi della memoria e scrivere su ciò che ho sempre amato: la mia Noto. 

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