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  • Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
  • Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)
  • Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)
Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Realtà virtuale (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Al Cibart di Carrara (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità  (dal n. 669 L'Informatore del  Marmista)

Marmo Rosso Verona per la Maternità (dal n. 669 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose  (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)

Macchine virtuose (dal n. 667 L'Informatore del Marmista)



SOMMARIO
MATERIALI  L'ottagono misterioso di Castel del Monte | La coltivazione del tufo di Canosa di Puglia RICERCA Macchie di ruggine su materiali calcarei SCULTURA  I marmi neoclassici degli scultori europei AZIENDE  Atmosfera fiabesca per la festa di Antolini | Nuovi orizzonti lavorativi con i sistemi domotici ARCHEOLOGIA Il monolito di Baalbek grande come 10 statue RUBRICHE Eventi culturali |  Fiere | Annunci economici | Novità librarie |In breve | Scheda tecnica materiali 

Articolo del mese
La coltivazione del tufo di Canosa di Puglia  di Laura Fiora 
Il territorio di Canosa di Puglia è caratterizzato dalla diffusa presenza di “tufo”, calcarenite tenera e porosa, facilmente lavorabile, isolante e leggera, utilizzata fin dall’antichità come pietra ornamentale e da costruzione. A partire dall’Ottocento le numerosissime cavità ottenute con lo scavo di roccia sono state riutilizzate per realizzare gli “stabilimenti”, cioè tinaie e frantoi per olio. La formazione calcarenitica presenta sia varietà più fini verso il basso, che materiali più grossolani verso la parte sommitale. Il litotipo più usato fin dall’antichità è la calcarenite a grana fine. Il colore di questa roccia varia da bianco a giallino. Essa è costituita da abbondanti frammenti fossili e da clasti litici. I livelli a macrofossili (Ostrea) rapprentano un difetto del materiale e sono scartati. Altro difetto è rappresentato da vene di calcite sparitica (“catene”).  Una delle varietà coltivate nel territorio canosino è la Calcarenite di Gravina cosiddetta “Pietra Caduta”, il cui nome è da correlare con un menhir che si abbattè al suolo. La coltivazione della pietra nel territorio comunale di Canosa e nei suoi dintorni fu inizialmente del tutto manuale e comprendente la rimozione dello strato di terra, la successiva asportazione del cappellaccio (“Carparo” di elevata durezza), lo scavo manuale con piccone con l’ottenimento di conci rifiniti a mano delle dimensioni medie di 20 x 25 x 40 cm (le dimensioni variavano comunque in base alle proprietà della roccia. La profondità del concio ( tra i 20 e i 25 cm) derivava dall’antica unità di misura detta “palmo napoletano” (26,45 cm). Nella coltivazione per ogni abbassamento di un palmo si otteneva un gradino della scala che consentiva di raggiungere i piani sottostanti. Per estrarre il primo concio si usavano cunei di legno avvolti da rucola (erba aromatica selvatica assai difusa sul territorio), che serviva a far penetrare meglio i cunei durante la percussione con mazze. Oltre che a cielo aperto, la coltivazione avveniva in sotterraneo, dove si utilizzava un piccone più piccolo per scavare la cavità verticale, da cui si dipartivano le “entrate” delle gallerie nell’ammasso roccioso. La pulitura delle cave era sistematica e veniva effettuata con uno speciale attrezzo che raccoglieva i frammenti più grossolani e la “tufina”, cioè la polvere di tufo utilizzata per malte e intonaci: questa operazione era spesso eseguita da donne. Mediante punta a taglio i conci erano rifiniti a mano. La produzione manuale, le cui tracce sono ben evidenti sulle pareti di cava, era elevata: agli inizi del Novecento ogni operaio produceva ottanta conci al giorno. A partire dalla metà del Novecento furono introdotte le macchine estrattive. Mediante dinamite era asportato il cappellaccio; l’estrazione del concio era effettuata con due macchine, la tracciatrice (o intestatrice), che avanzava su binari mobili e incideva la roccia per la profondità di 25 cm e la scalzatrice, dotata di lama orizzontale. Il sollevamento dei conci era operato con argani manuali e il loro trasporto avveniva su camion. A metà Novecento a Canosa 65 autotreni trasportavano ogni giorno 130.000 conci di tufo. L’estrazione oggi avviene con macchine combinate (tracciatrice-scalzatrice), mentre la frantumatrice, dotata di alcuni dischi verticali allineati che frantumano una striscia del piano di cava, consente di ottenere la tufina.  ...Un trattamento insolito del tufo è l’imbibizione di ossido di ferro che impartisce colorazione rosso-bruna (anticatura). Essa è realizzata, ad esempio, nel laboratorio Leone, le cui cave storiche in sotterraneo ospitano depositi del celebre vino locale “Nero di Troia”, che è lì ben conservato al buio in condizioni di temperatura e umidità costanti. (di Laura Fiora)

 

 

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